Fotografia di base – Messa a fuoco

LIVELLO 0

Siamo alle solite.
Cercate sul manuale della vostra macchina il selettore di messa a fuoco automatica ed impostatelo su AUTO, premete il pulsante di scatto per metà della sua corsa e sentirete un fruscio vibrante nell’ obiettivo, scattate e nel 99% dei casi la foto sarà perfettamente nitida,
FI
NE DEL CAPITOLO


Se poi fate parte di quella categoria di persone che proprio non ci riescono a fare le cose senza capire che stanno facendo, o se siete dispiaciuti di perdere quel misero 1% di scatti, armatevi di infinita pazienza e proseguite la lettura.
Sappiate comunque che non ci si può definire fotografi senza conoscere la messa a fuoco od almeno i suoi concenti fondamentali.

LIVELLO 1

Ricordiamo che quando abbiamo parlato di DIAFRAMMA – OTTURATORE-OBIETTIVO abbiamo dietro ogni riga, e dietro ogni minuto, di lettura, centinaia di anni di impegno da parte di persone fantastiche per scoprire il fenomeno fisico correlato e poi utilizzarlo nella pratica.

La storia serve a comprendere quanto le cose, oggi ritenute ovvie , erano complicatissime, a volte quasi irraggiungibili, ed a maggior ragione ciò vale per la Storia della Fotografia.

I pittori Neoimpressionisti davano delle grosse pennellate sulla tela per realizzare splenditi dipinti (es. Vincent Van Gogh), che però visti da molto vicino erano molto confusi, se vogliamo “sfocati”, rispetto ad uno stile molto più preciso che si otteneva con tratti ben dediti e pennellate quasi puntuali (es. Giotto)

Ebbene le basi della messa a fuoco nascono proprio da queste considerazioni, in fondo Fotografia significa scrivere, dipingere con la luce.

Usando una semplificazione veramente poco scientifica possiamo affermare che in fotografia:

“ogni punto del soggetto, che irradia o riflette luce, deve corrispondere ad un punto sulla pellicola (sensore è lo stesso) per ottenere un’immagine perfettamente nitida e corrispondente alla realtà”

Qui entra in gioco tutta la nostra attrezzatura, chiamiamola macchina fotografica

Al momento ci basti sapere che una Macchina fotografica consiste almeno di:

– un’ obiettivo formato da lenti divise in gruppi ottici
– un diaframma (abbiamo a lamelle concentriche)
– un’ otturatore (generalmente a due tendine scorrevoli)
– un’ elemento sensibile (lastra o pellicola o sensore elettronico)

Se questi punti si trasformano in cerchietti, sull’elemento sensibile si crea una sovrapposizione (chiamiamola sovrascrittura) e quindi una confusione e quindi un’immagine sfocata.
Come per i quadri , più guardiamo da vicino la foto e più questa “confusione sarà evidente”.

Escludendo il Foro Stenopeico (praticamente un piccolo forellino su una scatola completamente ermetica alla luce) ogni macchina fotografica dispone di un’ OBIETTIVO (LENS) (ma spesso erroneamente ci interessiamo solo del loro costo)

L’obiettivo cattura (almeno dovrebbe) un raggio di luce proveniente dal soggetto o scena (raggio irradiato (luce diretta ) o riflesso (luce riflessa) e lo reindirizza (si avete capito bene… non lo lascia solo passare) sul piano del sensore (piano focale..la nostra tela dove possiamo dipingere con la luce) usando più lenti di vetro divise in gruppi realizzate secondo i complicati dettami di una scienza a sè stante che si definisce OTTICA

Durante questo reindirizzamento un punto luminoso sul soggetto o scena, quasi sicuramente, si trasforma in un cerchietto (cerchio di confusione), a seconda di quanto sia distante dall’obiettivo (punto di ripresa)

Ma perché ciò accade:

”il Piano Focale (sensore) è uno solo ed è bidimensionale (ha solo due dimensioni in genere oggi quella standard è di 24 mm Altezza x 35 mm Larghezza) mentre il nostro soggetto o la nostra scena (quello che vogliamo fotografare insomma) non ha solo una larghezza ed un’ altezza (tipo un foglio di carta o la superficie di un muro) ma anche una profondità (che molte volte è così grande da considerarsi praticamente “infinita”.
Quindi fotografare non consiste riportare un piano su un’altro piano (sensore) come se facessimo una fotocopia, ma infiniti piani, paralleli fra loro nel senso della “profondità” della scena, su uno singolo.

Ma come è possibile “far entrare” un cubo (scena) su una lastra (sensore).
Molto semplicemente ve lo dico io : NON E’ POSSIBILE

Quindi come facciamo?
Come hanno fatto sempre i Disegnatori e di conseguenza i Pittori di ogni tempo:
CI ARRANGIAMO

Per un determinato tipo di obiettivo ( quindi X lenti divise in N gruppi ottici inamovibili e disposti in un certo modo) è possibile riprodurre fedelmente (intendendo con ciò che “una precisa porzione del soggetto corrisponde ad una precisa porzione del sensore” a meno delle proporzioni) un solo piano della scena posto ad una prefissata ed unica distanza dal punto di ripresa o piano focale, immaginate una grandissima lama che affetta la nostra scena ad una precisa distanza dal piano della pellicola/sensore secondo un piano parallelo ad esso (ovviamente il piano della pellicola sarà piccolissimo a confronto del piano della scena fatta eccezione per alcuni casi come quelli appartenenti alla Macrofotografia)

E gli altri piani?
Gli altri piani saranno riprodotti con maggiore o minore confusione (il punto si trasforma in un cerchio di confusione) a seconda di quanto siano distanti dalla nostra pellicola (piano focale in genere indicato con un tratto bianco sulla nostra macchina fotografica)

Attenzione a non dimenticare una cosa ovvia:
”i punti di un piano più lontano, coperti da quelli di un piano più vicino, non vengono fotografati appunto in quanto coperti” quindi alla fine la nostra scena tridimensionale sarà riportata su un piano bidimensionale (lasciamo perdere trasparenze ed effetti speciali)

Poiché vogliamo scegliere noi quale dovrà essere il piano di cui vogliamo le informazioni luminose più precise (piano di messa a fuoco che poi è anche quello con la maggior nitidezza) abbiamo tre possibilità per far sì che tale piano si trovi ad una precisa distanza (distanza di messa a fuoco) rispetto al nostro piano focale:

o spostiamo il soggetto avanti ed indietro (potrebbe capitare)

o spostiamo la nostra fotocamera avanti ed indietro (capitata ancora più spesso)

– o muoviamo le lenti all’ interno dell’obiettivo (magia pura? no stiamo intervendo sulla distanza ottica)

Oggi è, di gran lunga, più praticata la terza soluzione che sarebbe quello che dovete fare quando metterete a fuoco il vostro soggetto maa…. SOLO E QUANDO AVRETE LE IDEE BEN CHIARE SU QUALE SARÀ’ IL PIANO DI MESSA A FUOCO PIÙ’ ADATTO ALLA FOTO CHE INTENDERETE REALIZZARE

Le prime due possibilità sono segnate in rosso in quanto non solo modificano la messa a fuoco ma anche e soprattutto il tipo di immagine che andiamo a riprendere (si dice “cambia il campo inquadrato”), pertanto non sono possibilità.

Come si possono muovere i gruppi di lenti all’ interno di un’ obiettivo:
attraverso sistemi meccanici comandati:

GIRANDO MANUALMENTE LA GHIERA DI MESSA A FUOCO

ATTIVANDO CON UN PULSANTE UN MOTORINO ELETTRICO E RELATIVO SISTEMA DI MESSA A FUOCO AUTOMATICA CON SENSORI
TOCCANDO UN PRECISO PUNTO DI UN MIRINO TOUCH SCREEN

Le macchine fotografiche moderne si diversificano fra quelle che consentono di verificare la corretta messa a fuoco attraverso un mirino (l’ immagine deve diventare “nitida” dove desideriamo) e quelle che non lo consentono (sono pochissime e non per questo necessariamente economiche LEICA)

Sul “barilotto” di molti obiettivi, quando giriamo la ghiera di messa a fuoco manuale potremmo leggere anche la distanza di messa a fuoco in metri ( e/o misura imperiale equivalente) ed a volte anche altre informazioni che vedremo di volta in volta.

Ovviamente per le modalità operative di messa a fuoco sia manuale che automatica è necessario far riferimento al manuale della propria macchina fotografica.

Approfondimenti a Livello 2 in altro articolo

CIAO CIAO !!!!

Fotografia di base – Tempo di esposizione

Ricordiamo che una corretta esposizione consiste nel far passare la giusta quantità di luce attraverso l’obiettivo fino a raggiungere il sensore.

Quali strumenti ha a disposizione un fotografo per regolare al meglio la quantità di luce che raggiunge il sensore (vedremo che sarà possibile ed importante anche regolarne la qualità):

  • Modificare la quantità di luce disponibile al momento dello scatto (ad es. con un flash)
  • Modificare la sensibilità del sensore (rotellina degli ISO sulla macchina)
  • Modificare la grandezza del foro attraverso cui passa la luce (impostare il diaframma)
  • Modificare il tempo in cui la luce passa (tempo di esposizione o di scatto)

Supponiamo di non voler interferire sulla luce disponibile (es. niente flash) e di aver impostato il sensore ad una determinata sensibilità (es. ISO 100) regolando il diaframma ad una determinata apertura (es. 5.6) l’unico modo che ci resta per regolare la luce incidente sulla superficie del sensore è decidere quanto tempo durerà l’esposizione.

Il meccanismo, o se volete la diavoleria, che regola il tempo in cui il sensore viene “colpito” dalla luce si chiama OTTURATORE (SHUTTER) e si trova, in genere, fra il diaframma e la superficie sensibile del sensore.

L’ otturatore opera per un tempo che noi possiamo regolare manualmente attraverso una ghiera della macchina fotografica oppure lo regola la macchina automaticamente.

Concettualmente, e costruttivamente parlando, abbiamo almeno due tipi di otturatore: quello CENTRALE e quello A TENDINA (anche se sarebbe più opportuno definirlo a tendine in quanto sono due)

L’ otturatore centrale in genere si trova nell’obiettivo disposto sul piano focale e sostanzialmente è un diaframma a lamelle che si apre e si chiude.
Io lo ho avutoo, molti anni fa, sulla mia biottica 6 x 6 Yashica Mat 124 e non avevo alcun problema sui tempi di sincronizzazione del flash.

L’otturatore a tendina è quello maggiormente tuttora in auge sulle reflex e consiste in due tendine: una scopre il sensore e l’altra a seguire lo ricopre.
Il tempo in cui il sensore rimane “scoperto” coincide con il tempo di posa o di scatto o di esposizione. (SHUTTER SPEED)

Valori tipici dei tempi di scatto sono:

  • 1/8000 s
  • 1/4000 s
  • 1/2000 s
  • 1/1000 s
  • 1/500 s
  • 1/250 s
  • 1/125 s
  • 1/60 s
  • 1/30 s
  • 1/15 s
  • 1/8 s
  • 1/4 s
  • 1/2 s
  • 1 s
  • B (bulb) — l’otturatore rimane aperto finché il fotografo tiene premuto il pulsante di scatto.
  • T — l’otturatore rimane aperto fintantoché l’operatore non ri-preme il pulsante di scatto.

Le moderne macchine fotografiche consentono anche la scelta di tempi intermedi fra due tempi riportati in tabella.

Al momento sappiate che i tempi rossi sono “tempi lenti o lunghi”, i tempi verdi sono quelli “normali”, i tempi blu sono “tempi rapidi” e quelli in arancio sono tempi “speciali”

Più breve sarà il nostro tempo di posa più scura sarà la nostra foto poiché faremo arrivare sul sensore un quantità minore di luce.

Per ottenere una foto esposta correttamente, quindi né troppo chiara né troppo scura, é necessario “indovinare” la giusta coppia diaframma/tempo di scatto.

Per fortuna in molte situazioni di luce normale questa coppia non è unica ma ne abbiamo a disposizione diverse.

Ricapitolando:

– Occorre esporre bene una foto per non farla venire troppo chiara o troppo scura scegliendo la giusta coppia Diaframma / Tempo di Posa

– Se tale coppia non esiste in quanto la luce è insufficiente o troppo forte bisogna intervenire sulla sensibilità ISO o introducendo luce artificiale

_ Se la coppia è unica non abbiamo scelta e dobbiamo capire se è adattabile agli altri aspetti della foto

– Se abbiamo più coppie equivalenti (nel senso che fanno passare esattamente la stessa quantità di luce) dobbiamo scegliere quella più adatta al nostro stile ed al risultato desiderato (Questo è uno degli aspetti chiave del lavoro del fotografo)

Vedremo in seguito come scegliere la giusta esposizione e come diaframma e tempo di scatto influiscono su altri importantissimi aspetti della foto.

– Movimento del soggetto o della camera (Foto Mossa)

– Messa a fuoco del soggetto e profondità di campo (Nitidezza della foto)

– Scelta del soggetto

– Composizione della foto

– Contrasto e colori

Ricordiamo che il basso livello di approfondimento di questi articoli rientra nel tentativo di non disorientare e scoraggiare chi si approccia per la prima volta al meraviglioso mondo dell’arte della fotografia.

Fotografia di base – Esposizione e Diaframma

Non potevamo che iniziare da qui per avviare il nostro percorso per diventare appassionati di fotografia, una serie di articoli per ripercorrere i concetti di base, lasciate perdere il modello di macchina da comprare, queste nozioni fondamentali sono molto più importanti e su questo sito sono per giunta gratuite.

FOTOGRAFIA DI BASE : ESPOSIZIONE

LIVELLO ZERO

Siete partiti alla grande : Fotocamera ultimo grido, modella di prim’ordine , ottima location, luce perfetta……..ma non sapete neanche come si accende la macchina.

Che fare?

  1. trovare nei paraggi qualcuno che la sappia usare e fingere che sia un vostro collaboratore.
  2. Smetterla con la fotografia ed offrire un caffè alla modella (dopo averla pagata ovviamente)
  3. Continuare con il LIVELLO 1

LIVELLO 1

Dopo aver letto sommariamente il manuale della vostra fotocamera (al momento non interessano assolutamente Marca modello costo ect.) avete scoperto che esiste un pulsante di on/off ed un selettore che fra l’altro si può impostare su AUTO

Che fare?

  1. Ruotare la levetta di accensione su ON (se la batteria è carica  la macchina dovrebbe accendersi)
  2. Impostare il selettore dei modi di ripresa su AUTO (modalità completamente automatica)
  3. Scattate tante foto
  4. Ruotare la levetta di spegnimento su OFF quando avete finito (la macchina si spegne)

A questo punto , complice anche un po’ di fortuna, avrete tante belle foto da conservare ma anche tante foto sbagliate o che non corrispondono a quello che volevate ottenere.

In ogni caso siete diventati fotografi, con concrete possibilità di portare a casa qualche piccolo capolavoro e sicuramente tanti bei ricordi.

La maggior parte dei fotografi moderni, e stiamo parlando di milioni di persone in tutto il mondo, si ferma e vive felice al LIVELLO 1

Fatemi solo una cortesia: se siete dei fotografi digitali, salvate quelle benedette foto dalla memory card su un computer da qualche parte (in questo momento avete scoperto la parola Backup).

Questo tipo di fotografia viene definita PUNTA E SCATTA in inglese POINT AND SHOOT

LIVELLO 2

Se volete schiodare la macchina ed il vostro cervello da quella misteriosa posizione “AUTO” dovrete imparare a fare da soli quello che fa la fotocamera automaticamente.

Perché dovreste svolgere un compito che la macchina già svolge egregiamente ?

Risposta semplice: perché non lo svolgerà mai come un’ essere umano, e ciò vale sia nel bene che nel male, ma vale.

Per imparare dovremo “obbligatoriamente” conoscere almeno tre personaggi (io dico quattro e spiegherò il perché):

  1. Il Sig. DIAFRAMMA che in Inglese si chiama anche APERTURE
  2. Il Sig. TEMPO DI SCATTO detto anche SHUTTER SPEED
  3. La Sig.ra SENSIBILITA’ DEL SENSORE (o della cara e vecchia PELLICOLA detta FILM – in seguito si parlerà solo di sensori per comodità espositiva ma i concetti valgono per entrambi gli elementi sensibili)

Vi anticipo che sono loro che comandano la CORRETTA ESPOSIZIONE

Ora che sapete che questi Signori esistono e godono di buona salute avete degnamente superato il LIVELLO 2 anche se operativamente non è cambiato nulla dal LIVELLO 1.

Poco male continuate a godervi i capolavori scattati in automatico.

LIVELLO 3

Questo livello è molto semplice ma fondamentale: si tratta solo di una storiella per capire cosa significa CORRETTA ESPOSIZIONE  e che produrrà una foto né troppo chiara né troppo scura e quindi CORRETTAMENTE ESPOSTA.

Una foto troppo scura si dice SOTTOESPOSTA mentre una foto troppo chiara si dice SOVRAESPOSTA

Per ottenere una foto occorre un SENSORE da “esporre” alla luce.

Eccola la quarta persona di cui vi dicevo prima, la SIGNORA LUCE, ma signora è poco, la REGINA LUCE, senza luce non si ottengono foto, l’ oscurità non si può fotografare, a meno che non ci si accontenti di una foto completamente scura.

Definito che per fotografare occorre la luce, poca o tanta che sia,  cerchiamo di capire come si espone correttamente con l’ ormai famosa storiella di esempio.

Immaginiamo che il nostro sensore sia una stanza da pranzo chiusa completamente buia.

In questa stanza da pranzo c’è una tavola a cui dovranno accomodarsi dodici persone per raccontare cosa hanno visto fuori della stanza affinché se ne possa fare un disegno cioè una fotografia. (prima la foto e poi si mangia…..a proposito i fotoni mangiano il buio in tutte le salse)

Ognuna di queste dodici persone , che chiameremo Fotoni (è una storiella i fotoni veri non c’entrano o c’entrano poco), porterà al tavolo e nella stanza da pranzo (SENSORE) un dodicesimo delle informazioni indispensabili per ottenere una ricostruzione di quello che hanno visto all’ esterno, e registrare quindi una foto CORRETTAMENTE ESPOSTA

Come facciamo a far entrare i dodici Fotoni nella stanza ?

Apriamo una porta per un determinato tempo e la chiudiamo dopo che sono passati i dodici Fotoni.

(Entrano da soli non vi preoccupate, devono mangiare il buio)

E dopo?

Facciamo accomodare i 12 fotoni, ci facciamo spiegare quello che hanno visto fuori e lo scriviamo su un foglio di carta, dopo sulla base degli appunti produciamo un bel disegno che diventerà la nostra fotografia.

Storiella finita ma restano alcune domande:

Ma fuori della stanza quanti fotoni c’erano?

Se ne fossero entrati 20 invece di 12 ?

Se ne fossero entrati 6 invece di 12?

E soprattutto: quanto deve essere larga la porta ?

Chi ha stabilito che ci volevano 12 Fotoni per una corretta esposizione?

In queste domande e nelle relative risposte si racchiude quasi l’ intera storia della tecnica fotografica.

Se fuori c’è il buio non ci sono Fotoni, nessuno entra, neanche dopo un’ ora avremo informazioni e tireremo fuori solo una foto tutta buia.

Se fuori della stanza c’era poca luce, i Fotoni scarseggiavano , e quindi per convincerne 12 ad entrare dovevamo avere una porta molto grande ed aperta per molto tempo.

Se fuori della stanza c’era molta luce, i Fotoni abbondavano, e per farne entrare solo 12 dovevamo avere una porta piccola ed aperta per poco tempo.

Se fossero entrati 20 Fotoni avremmo avuto troppe informazioni che si sarebbero accavallate e quindi una foto SOVRAESPOSTA cioè troppo chiara.

Se fossero entrati solo 6 Fotoni avremmo avuto la metà delle informazioni e quindi una foto SOTTOESPOSTA cioè troppo scura.

In condizioni di luce esterna ben precise, diciamo 100 Fotoni disponibili e pronti ad entrare, per farne entrare solo 12 l’ unico modo è agire sulla grandezza della porta e sul tempo che la teniamo aperta.

Il numero preciso di 12 Fotoni è stato identificato con un’ apparecchiatura che si chiama ESPOSIMETRO e che misura la luce necessaria per ottenere una corretta esposizione (ma questo argomento sarà trattato in un post ad hoc in quanto molto vasto)

Veniamo a noi:

La porta si chiama DIAFRAMMA

La grandezza della porta si chiama APERTURA DEL DIAFRAMMA

Il tempo per cui la teniamo aperta si definisce TEMPO DI SCATTO

Impostando diversi valori di APERTURA DEL DIAFRAMMA e del TEMPO DI SCATTO otteniamo una CORRETTA ESPOSIZIONE (i 12 Fotoni seduti a tavola per intenderci) a parità di SENSIBILITA’ DEL SENSORE

Ma nella storiella cosa rappresenta la SENSIBILITA’ DEL SENSORE?

Diciamo che sarebbe la prontezza del sensore nel capire le informazioni necessarie portate dai Fotoni.

Al nostro sensore, regolato ad una certa SENSIBILITA’,  servivano 12 Fotoni per esporre correttamente, se fosse stato regolato ad una SENSIBILITA’ PARI ALLA META’ ne avrebbe avuto bisogno di 24, mentre regolato ad una SENSIBILITA’ DOPPIA sarebbero bastati solo 6 Fotoni

Ma per fare entrare 6, 12 o 24 Fotoni sarebbero stati necessari TEMPI DI SCATTO DIVERSI e/o APERTURE DEL DIAFRAMMA DIVERSI

Non me ne vogliano gli esperti del settore per le eventuali “inesattezze” teoriche ma tutta questa storia era per dire che per fare una fotografia non in automatico (parleremo poi dei metodi Semiautomatici”) occorre impostare i valori di APERTURA DEL DIAFRAMMA del TEMPO DI SCATTO e della SENSIBILITA’ DEL SENSORE

LIVELLO 4

Ok ragazzi basta con le storielle da questo livello in poi si fa sul serio.

Il DIAFRAMMA serve a regolare la quantità luce (riflessa e/o emanata dai nostri SOGGETTI) che passa attraverso l’ obiettivo e si trova nell’ obiettivo stesso .

Il SENSORE si trova nella fotocamera (prende il posto della pellicola nella fotografia digitale) e serve per catturare le informazioni fornite dalla luce usata per l’ esposizione (segnale – informazione analogica) e trasferirle al processore della macchina digitale che le trasformerà (trasduzione) in dati numerici binari (informazione digitale) registrandoli poi su un supporto di memoria non volatile (scheda di memoria che inserite nella macchina).

La definizione di SENSIBILITA’ di un sensore fotografico digitale è abbastanza complessa, bisognerebbe parlare di guadagno elettronico, segnale, rumore ect.

Ne parleremo più approfonditamente in altro livello.

Al momento basti sapere che si misura in ISO (ASA o DIN per le pellicole) e si può impostare su una moderna fotocamera su valori più bassi di quello base (BASSI ISO) per situazioni di luce intensa e su valori più alti di quello base (ALTI ISO) per situazione di luce debole, o come si usa dire in gergo fotografico, scarsa.

E’ meglio che lo sappiate subito : aumentare la sensibilità ISO , per ottenere foto con luce scarsa, comporta un’ aumento del rumore dell’ immagine ottenuta (effetti indesiderati quali granulosità, artefatti ed alterazione dei colori), pertanto attenetevi scrupolosamente a farlo solo in caso di mera necessità.

Fra il diaframma ed il sensore (posto nella fotocamera) vi è l’OTTURATORE che regola il TEMPO DI SCATTO detto anche TEMPO DI ESPOSIZIONE , come il diaframma anch’esso regola la quantità di luce che raggiungerà il sensore. (Immaginate anche un rubinetto dell’ acqua, per riempire un secchio posso avere un rubinetto grande aperto per poco tempo o uno piccolo aperto per molto tempo, in ogni caso avrò riempito il secchio (sensore) ma in tempi diversi.

Si ma cosa dobbiamo fare per ottenere una CORRETTA ESPOSIZIONE senza metodi automatici o semiautomatici ?

  1. Impostiamo sulla nostra fotocamera la sensibilità ISO di base (se non è stata cambiata, corrisponde al valore di fabbrica e non dobbiamo fare assolutamente nulla, al massimo controllare che sia così)
  2. Misuriamo la luce riflessa da un soggetto con un’ esposimetro (non preoccupatevi di acquistarlo, oggi l’esposimetro è incorporato nel 99% delle fotocamere).
  3. Leggiamo sull’esposimetro una delle coppie DIAFRAMMA/TEMPO DI SCATTO che ci vengono proposte ed impostiamola manualmente sulla fotocamera.
  4. Scattiamo e verifichiamo che la foto sia esposta secondo i nostri gusti.

Fatto, ci siamo liberati della posizione AUTO (in genere di colore verde) ed abbiamo catturato la nostra prima foto in manuale M.

Ecco la scala dei principali valori di apertura del diaframma così come riportata sulla “GHIERA DEI DIAFRAMMI” del famoso “Cinquantino Nikon” NIKKOR AF 50 1.8 D :

Per questo obiettivo di esempio i valori di diaframma possibili sono:

1.8 Massima Apertura (MA) (WIDE OPEN)

2.8 Diaframma chiuso di 1 stop rispetto a MA

4     Diaframma chiuso di 2 stop rispetto a MA

5.6   Diaframma chiuso di 3 stop rispetto a MA

8   Diaframma chiuso di 4 stop rispetto a MA

11   Diaframma chiuso di 5 stop rispetto a MA

16 Diaframma chiuso di 6 stop rispetto a MA

22   Diaframma chiuso di 7 stop rispetto a MA

Tralasciamo per il momento come l’utilizzo di uno di questi valori possa influire su alcune caratteristiche della foto finale (come ad esempio la profondità di campo o il bokeh che analizzeremo separatamente) e passiamo alla definizione classica dell’ apertura focale o numero f (i numeri elencati in precedenza che indicano in qualche modo la larghezza del foro creato dal diaframma).

Mentre il diaframma è inteso come il meccanismo che crea l’apertura necessaria a far passare una precisa quantità di luce l’ apertura focale o numero di diaframma f indica la misura di detto foro.

Il numero f viene definito come rapporto tra la distanza focale in mm ed il diametro dell’apertura in mm.

Facendo un’esempio dire che l’obiettivo di esempio è regolato ad un’apertura di diaframma pari ad 1.8 significa che consentiremo il passaggio della luce attraverso un foro di diametro pari a 27,78 mm.

Infatti essendo f=distanza focale/diametro dell’apertura = 50mm/27,78mm=1.4 

Facciamo attenzione al fatto che 1.8 non indica millimetri ma indica un rapporto adimensionale e quindi è un numero.

La distanza focale è la distanza fra il centro ottico dell’ obiettivo ed il piano focale (ossia il piano della pellicola/sensore) essa è invariabile per un’obiettivo a focale fissa (mentre varia per uno zoom) ed è stampigliata sul barilotto dell’obiettivo (in realtà lo acquisteremo proprio perchè ha quella focale)

Un’ apertura f16 indica invece un diametro del foro di apertura pari a 3,125mm.

Appare chiaro ora che numeri f più bassi corrispondono a diametri più grandi.

Quindi numeri f più piccoli hanno fori più grandi e fanno passare più luce.

In linea di massima con luce scarsa bisogna aprire il diaframma (es. 1.8) ed in condizioni di luce buona bisogna chiuderlo (es. 16) a parità di tempo di esposizione

Vedremo come  aprire e chiudere il diaframma influisca su altri importanti aspetti della fotografia catturata.